L’allenamento nei bambini e giovani atleti. Il modello LTAD
LTAD: cos’è il Long-Term Athlete Development e perché è importante per lo sviluppo dell’atleta
Quando si parla di giovani atleti, è facile concentrarsi esclusivamente sulla prestazione: correre più velocemente, saltare più in alto, diventare più forti o migliorare la tecnica specifica dello sport.
Ma lo sviluppo di un atleta non è un processo lineare e, soprattutto, non dovrebbe essere semplicemente una versione ridotta dell’allenamento dell’adulto.
Il corpo di un bambino o di un adolescente cambia rapidamente. Cambiano le proporzioni corporee, la coordinazione, la forza, la capacità di recupero e la risposta ai carichi di allenamento.
Per questo motivo è importante che l’allenamento sia adeguato non soltanto all’età anagrafica, ma anche al livello di sviluppo e di maturazione dell’atleta.
È questo il principio alla base del Long-Term Athlete Development (LTAD), ovvero lo Sviluppo a Lungo Termine dell’Atleta.
Il modello LTAD è stato sviluppato nell’ambito di Canadian Sport for Life e identifica diverse fasi dello sviluppo, ciascuna caratterizzata da obiettivi e priorità differenti.
È importante però precisare che il LTAD è un modello concettuale e organizzativo, non un protocollo clinico validato in ogni sua componente. Oggi molti dei suoi principi sono stati approfonditi e discussi dalla letteratura scientifica sullo sviluppo atletico giovanile.
Che cos’è il Long-Term Athlete Development?
Il LTAD considera lo sviluppo dell’atleta come un processo progressivo e a lungo termine.
L’obiettivo non è ottenere la massima prestazione il prima possibile, ma costruire progressivamente le capacità necessarie affinché l’atleta possa sviluppare il proprio potenziale.
Il modello originale individua sette fasi:
- Active Start
- FUNdamentals
- Learn to Train
- Train to Train
- Train to Compete
- Train to Win
- Active for Life
Le età associate alle diverse fasi sono indicative e non devono essere interpretate come rigidi limiti anagrafici.
Questo aspetto è particolarmente importante perché la maturazione biologica può essere molto diversa tra ragazzi della stessa età cronologica.
Una recente meta-analisi ha evidenziato differenze da moderate a molto grandi nelle prestazioni di sprint e salto tra giovani atleti con diverso livello di maturazione biologica, sottolineando l’importanza di considerare la maturità individuale nella valutazione della performance.
1. Active Start: muoversi fin dai primi anni
La prima fase comprende indicativamente il periodo da 0 a 6 anni.
L’obiettivo principale è creare le basi per una vita fisicamente attiva.
In questa fase il movimento dovrebbe avvenire soprattutto attraverso il gioco e l’esplorazione dell’ambiente.
Correre, saltare, arrampicarsi, rotolare, lanciare e manipolare oggetti sono esperienze fondamentali per costruire le prime competenze motorie.
Non si tratta quindi di “allenare” un futuro atleta, ma di permettere al bambino di sviluppare un rapporto positivo con il movimento.
La letteratura sulle fundamental movement skills (FMS) supporta l’importanza di sviluppare precocemente queste competenze. Una revisione sistematica con meta-analisi ha mostrato che interventi appropriati possono migliorare significativamente la competenza motoria globale, le abilità locomotorie e le abilità di controllo degli oggetti nei giovani.
2. FUNdamentals: costruire le fondamenta
Indicativamente tra i 6 e i 9 anni nei maschi e tra i 6 e gli 8 nelle femmine, l’attenzione si sposta verso lo sviluppo delle abilità motorie fondamentali.
Correre, saltare, atterrare, lanciare, ricevere, cambiare direzione e mantenere l’equilibrio sono i mattoni sui quali verranno costruite successivamente le competenze sportive specifiche.
Una caratteristica importante di questa fase è la varietà.
Il modello LTAD sottolinea infatti l’importanza di praticare attività differenti e mette in guardia dalla specializzazione eccessivamente precoce in un unico sport.
Anche la letteratura scientifica suggerisce cautela nei confronti della specializzazione precoce.
Una meta-analisi del 2020, comprendente 5.736 giovani atleti, ha rilevato un rischio di infortunio significativamente maggiore nei giovani specializzati in un singolo sport rispetto agli atleti che praticavano più discipline.
Una meta-analisi più specifica sul rischio di overuse injuries ha inoltre evidenziato un aumento del rischio negli atleti con elevata specializzazione rispetto a quelli con bassa specializzazione.
Questi dati non significano che la specializzazione sia necessariamente negativa o che debba essere evitata in assoluto. Il rapporto tra specializzazione, volume di allenamento, tipo di sport e rischio di infortunio è complesso e la letteratura presenta ancora alcune limitazioni.
Il principio più utile, soprattutto nelle prime fasi dello sviluppo, è quindi quello di evitare che l’intero percorso motorio del bambino venga costruito intorno a un’unica disciplina troppo presto.
3. Learn to Train: imparare ad allenarsi
Nella fase Learn to Train (8-12 anni) il giovane atleta inizia progressivamente a sviluppare competenze più specifiche.
È il momento in cui le abilità motorie fondamentali vengono trasformate in capacità maggiormente orientate allo sport praticato.
L’obiettivo non dovrebbe però essere ancora quello di massimizzare la prestazione.
È necessario continuare a costruire una solida base di:
- coordinazione;
- tecnica;
- agilità;
- velocità;
- equilibrio;
- capacità di accelerare e decelerare;
- capacità di cambiare direzione;
- controllo del corpo;
- forza generale.
Questa fase rappresenta un passaggio fondamentale perché prepara l’atleta alle richieste fisiche più elevate delle fasi successive.
Un elemento particolarmente importante è che l’apprendimento motorio non dovrebbe essere separato dallo sviluppo delle capacità fisiche.
Forza, coordinazione, controllo del movimento e capacità di produrre e assorbire forza possono essere sviluppate progressivamente attraverso esercitazioni adeguate al livello dell’atleta.
4. Train to Train: costruire il motore dell’atleta
Con la fase Train to Train (11-16 anni) aumenta progressivamente l’importanza della preparazione fisica.
L’atleta inizia a sviluppare in maniera più strutturata qualità come:
- forza;
- potenza;
- velocità;
- resistenza;
- mobilità;
- capacità di recupero.
In questa fase diventa particolarmente importante considerare la maturazione biologica.
Due ragazzi della stessa età possono infatti trovarsi in momenti completamente differenti del proprio sviluppo.
Una revisione sistematica e meta-analisi ha evidenziato che la maturazione biologica è associata a differenze significative nelle capacità fisiche dei giovani atleti, soprattutto per quanto riguarda forza, potenza e altre componenti della performance.
Una meta-analisi pubblicata nel 2025 ha inoltre mostrato che sprint e prestazioni nei test di salto aumentano in maniera sostanziale con l’avanzare della maturazione biologica. Gli autori sottolineano quindi la necessità di considerare la maturità individuale quando si interpretano i test di performance nei giovani.
Questo ha una conseguenza pratica molto importante:
un ragazzo che corre più veloce o produce più forza non è necessariamente “più allenato” del coetaneo. Potrebbe semplicemente essere più avanti nel proprio processo maturativo.
Per questo motivo, quando possibile, la valutazione dovrebbe considerare non soltanto l’età cronologica, ma anche il contesto biologico e lo storico dell’atleta.
La forza nei giovani: è sicura?
Uno dei luoghi comuni più diffusi è che l’allenamento della forza debba essere evitato nei bambini e negli adolescenti.
La letteratura scientifica non supporta questa idea quando l’allenamento è adeguatamente programmato, supervisionato e progressivo.
Il consensus internazionale sul resistance training nei giovani riconosce l’allenamento della forza come una componente utilizzabile nello sviluppo atletico, a condizione che vengano rispettati principi di progressione, tecnica, supervisione e individualizzazione.
Anche la National Strength and Conditioning Association ha pubblicato una posizione specifica sull’allenamento contro resistenza nei giovani, considerando benefici, rischi, modalità di programmazione e adattamenti a lungo termine.
Il punto non è quindi stabilire se un bambino possa “fare pesi” o meno.
La domanda corretta è:
quale tipo di stimolo è appropriato per quel ragazzo, in quella fase dello sviluppo, con quel livello di esperienza?
L’allenamento può partire da esercizi a corpo libero, controllo del movimento e capacità di stabilizzare e produrre forza, per poi evolvere progressivamente verso esercizi più complessi e carichi esterni.
5. Train to Compete: allenarsi per competere
Nella fase Train to Compete (15-23 anni) l’atleta è ormai maggiormente specializzato.
Il lavoro diventa sempre più specifico rispetto allo sport, alla disciplina e, in alcuni casi, al ruolo.
Il documento indica come riferimento indicativo 16–23 anni per gli uomini e 15–21 per le donne, sottolineando però che si tratta di età indicative.
In questa fase la preparazione fisica e mentale deve diventare sempre più individualizzata.
Anche il recupero assume un’importanza maggiore: il carico di allenamento, la competizione, il sonno, lo stress e gli eventuali infortuni devono essere considerati all’interno di un unico sistema.
A questo livello diventa quindi fondamentale conoscere non soltanto quanto un atleta è forte o veloce, ma anche come queste caratteristiche si rapportano alle richieste dello sport.
6. Train to Win: allenarsi per vincere
Questa è la fase dell’alta prestazione (18+ anni)
L’obiettivo è raggiungere il massimo livello possibile in condizioni competitive.
La preparazione diventa estremamente specifica e comprende non soltanto forza, velocità e resistenza, ma anche aspetti tecnici, tattici, nutrizionali, decisionali e psicologici.
A questo livello l’allenamento viene programmato per permettere all’atleta di raggiungere il picco di prestazione in occasione delle competizioni più importanti.
7. Active for Life: lo sport per tutta la vita
L’ultima fase è particolarmente importante perché il modello LTAD non considera necessariamente la carriera agonistica come il punto finale.
L’obiettivo è favorire una transizione positiva dall’attività agonistica a una vita fisicamente attiva.
Un atleta che termina la propria carriera dovrebbe poter continuare a praticare sport, attività fisica o competizione a un livello compatibile con i propri obiettivi e con le proprie esigenze.
In questo senso, lo sviluppo motorio costruito durante l’infanzia e l’adolescenza diventa un investimento anche per la salute dell’adulto.
LTAD e fisioterapia: perché questo modello è importante?
Il concetto di LTAD è particolarmente interessante anche dal punto di vista fisioterapico.
La fisioterapia sportiva non dovrebbe occuparsi soltanto dell’atleta quando compare un dolore o quando si verifica un infortunio.
Una parte importante del lavoro consiste nel valutare le capacità dell’atleta, individuare eventuali deficit e costruire progressivamente le qualità fisiche necessarie per affrontare le richieste dello sport.
Il consensus dell’International Olympic Committee sullo sviluppo atletico giovanile sottolinea proprio la necessità di un approccio evidence-informed orientato allo sviluppo di atleti sani, resilienti e fisicamente competenti, con percorsi adattati alle caratteristiche individuali.
In quest’ottica, valutare un giovane atleta può significare osservare:
- forza;
- asimmetrie;
- capacità di produrre e assorbire forza;
- controllo neuromuscolare;
- equilibrio;
- mobilità;
- capacità di salto e atterraggio;
- accelerazione e decelerazione;
- capacità di cambiare direzione;
- qualità del movimento;
- tolleranza ai carichi di allenamento.
La valutazione non deve però trasformarsi nella ricerca di un “punteggio perfetto”.
Il dato più utile è spesso quello che permette di comprendere il livello attuale dell’atleta e monitorarne l’evoluzione nel tempo.
Dalla valutazione alla programmazione
Uno degli aspetti più interessanti del LTAD è proprio la possibilità di trasformare la valutazione in uno strumento per guidare la programmazione.
Un giovane atleta alle prime fasi dello sviluppo può avere come obiettivo principale il miglioramento delle competenze motorie.
Un atleta più maturo potrebbe invece avere bisogno di sviluppare forza massimale, potenza, capacità di sprint o tolleranza a carichi specifici.
La domanda quindi non dovrebbe essere soltanto:
“Qual è l’esercizio migliore?”
ma piuttosto:
“Qual è la capacità che questo atleta deve sviluppare in questa fase del suo percorso?”
Questo cambio di prospettiva permette di costruire programmi maggiormente individualizzati e coerenti con lo sviluppo dell’atleta.
Come possiamo valutare queste capacità?
Un approccio moderno allo sviluppo atletico dovrebbe combinare osservazione clinica, test funzionali e misure quantitative.
In un percorso di valutazione possono essere utilizzati test per analizzare, in funzione dell’età e dello sport praticato:
Forza
La valutazione della forza permette di conoscere la capacità dell’atleta di produrre forza e di confrontare, quando appropriato, i diversi distretti corporei.
Potenza
Test di salto e altri test esplosivi possono fornire informazioni sulla capacità di sviluppare rapidamente forza.
Controllo neuromuscolare
L’analisi del movimento durante esercizi monopodalici, salti, atterraggi e cambi di direzione può fornire informazioni sulla qualità del controllo motorio.
Equilibrio e stabilità
La capacità di controllare il corpo in condizioni statiche e dinamiche rappresenta una componente importante dello sviluppo motorio.
Capacità di movimento
Mobilità, coordinazione, controllo e capacità di eseguire schemi motori fondamentali possono essere analizzati in relazione alla fase di sviluppo dell’atleta.
Profilo individuale
Il valore di un test non dovrebbe essere interpretato isolatamente.
È più utile costruire un profilo individuale, identificare le aree da sviluppare e ripetere periodicamente la valutazione per verificare l’evoluzione.
Questo approccio è particolarmente importante nei giovani, perché la maturazione può modificare significativamente forza, velocità e potenza anche in assenza di cambiamenti equivalenti nell’allenamento.
Un esempio pratico: perché il dato deve essere interpretato
Immaginiamo due calciatori di 14 anni.
Il primo produce valori di forza e potenza superiori al secondo.
Sarebbe facile concludere che il primo sia semplicemente “più forte” o “più allenato”.
Ma se il primo atleta è biologicamente più maturo e il secondo è ancora in una fase precedente della maturazione, il confronto diretto può essere fuorviante.
La letteratura mostra infatti che lo stato maturativo può influenzare significativamente sprint, salto, forza e potenza nei giovani atleti.
Questo è uno dei motivi per cui la valutazione dell’atleta giovane deve essere interpretata nel contesto della crescita e della maturazione.
Il test non deve servire soltanto a classificare un atleta, ma soprattutto a capire come sta evolvendo.
LTAD e prevenzione degli infortuni
Un altro elemento centrale è il rapporto tra sviluppo atletico e prevenzione.
Un giovane atleta che presenta una buona base di competenze motorie, forza, capacità di controllo e capacità di gestire progressivamente i carichi può essere maggiormente preparato ad affrontare le richieste dello sport.
Questo non significa che un singolo test possa “predire” un infortunio.
La prevenzione degli infortuni è infatti un processo multifattoriale nel quale interagiscono carico, esposizione, maturazione, storia clinica, caratteristiche dello sport, recupero e numerosi altri fattori.
Tuttavia, programmi di prevenzione multicomponente hanno mostrato effetti positivi su alcune componenti delle abilità motorie e della performance neuromuscolare nei bambini e negli adolescenti.
Per questo motivo la prevenzione dovrebbe essere considerata come parte integrante del percorso di sviluppo, non come qualcosa da iniziare soltanto dopo la comparsa di un infortunio.
Non esiste un unico percorso per tutti gli atleti
Uno degli aspetti più importanti del LTAD è proprio la sua capacità di superare una visione rigidamente basata sull’età.
Le età riportate nel modello sono indicative, mentre il percorso reale di ciascun atleta può essere differente.
La maturazione biologica, l’esperienza sportiva, il tipo di disciplina, il ruolo, la storia degli infortuni, il livello di allenamento e le caratteristiche individuali possono modificare significativamente le esigenze dell’atleta.
Per questo motivo un buon percorso di sviluppo dovrebbe essere individualizzato e monitorato nel tempo.
LTAD: non soltanto un modello per diventare campioni
Il concetto di Long-Term Athlete Development non dovrebbe essere riservato esclusivamente agli atleti destinati all’alto livello.
Il principio fondamentale è più ampio: sviluppare competenze motorie e capacità fisiche adeguate in ogni fase della crescita permette di costruire atleti più preparati e, più in generale, persone più attive e competenti dal punto di vista motorio.
L’obiettivo finale non è necessariamente diventare un atleta professionista.
È costruire un percorso nel quale il movimento, lo sport e l’attività fisica possano accompagnare la persona durante tutte le fasi della vita.
In sintesi
Il Long-Term Athlete Development propone una visione dello sport basata sulla progressione:
muoversi → sviluppare le abilità motorie → imparare ad allenarsi → costruire le capacità fisiche → specializzarsi → competere → mantenersi attivi per tutta la vita.
La letteratura scientifica più recente rafforza alcuni dei principi centrali di questo approccio, in particolare l’importanza dello sviluppo delle abilità motorie fondamentali, della progressione dell’allenamento, della corretta introduzione dell’allenamento della forza e della considerazione della maturazione biologica nella valutazione della performance.
Il principio più importante è probabilmente questo:
non bisogna cercare di ottenere oggi il massimo dall’atleta, ma costruire le condizioni perché possa continuare a migliorare domani.
Per questo, nello sviluppo di un giovane atleta, allenamento, valutazione, fisioterapia e prevenzione dovrebbero essere considerati come parti dello stesso percorso.
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